Conflitto in Kashmir

 

Il nord del Pakistan è interessato da un conflitto per la rivendicazione dell’autonomia del Kashmir e Jammu.

Cartina conflitto Kashmir

La questione del Kashmir affonda le sue radici nell’età coloniale, durante la quale lo “Jammu e Kashmir” rientrava nei 565 stati principeschi semi-indipendenti che facevano parte del Raj britannico.
Quando, il 15 agosto 1947, l’Unione Indiana e il Pakistan sorsero sulle ceneri del colonialismo inglese, lo “Jammu e Kashmir”, al pari degli altri principati, si trovò di fatto a dover optare per l’adesione a uno dei due nuovi stati indipendenti. Se la logica prevalente voleva che i principati aderissero allo stato in cui ricadeva il proprio territorio, nel caso dello “Jammu e Kashmir”, la questione era complessa poiché esso confinava sia con l’India sia con il Pakistan. A ciò si aggiungeva il fatto che la maggioranza della popolazione di tale principato era di religione musulmana, mentre il sovrano, il maharaja Hari Singh, era di religione indù. Nello “Jammu e Kashmir” esisteva inoltre una contrapposizione storica fra la maggior parte della popolazione kashmira, costituita per lo più da contadini (musulmani) poveri, e una classe di proprietari terrieri locali, prevalentemente indù. Le tensioni socio-economiche presenti nella regione erano ulteriormente alimentate da un diffuso malcontento politico nei confronti del regime autocratico imposto dal maharaja.
In questo scenario, il Pakistan rivendicava il diritto di annettere lo stato dello “Jammu e Kashmir” in quanto composto prevalentemente da popolazione di religione musulmana, fondando la propria posizione sulla “teoria delle due nazioni” secondo cui gli indù e i musulmani dell’Asia meridionale costituivano due nazioni distinte. Muovendo dal rifiuto di questa posizione, l’Unione Indiana sosteneva al contrario che comunità religiose diverse avrebbero potuto convivere pacificamente all’interno di uno stesso stato.
L’incerta situazione creatasi nel principato dello “Jammu e Kashmir” nell’agosto del 1947 esplose nell’ottobre di quello stesso anno quando alcune tribù provenienti da territori pakistani si unirono a una rivolta contadina locale che metteva in discussione sia il potere dei proprietari terrieri della zona, sia il governo autoritario del sovrano Hari Singh. Quando la rivolta giunse alle porte di Srinagar (la capitale del principato) il maharaja, incapace di fronteggiarla militarmente, rivolse all’India una disperata richiesta di aiuto: in cambio dell’invio di truppe indiane, e a patto che allo “Jammu e Kashmir” venisse riconosciuto uno status autonomo particolare, Hari Singh concordò l’adesione del proprio stato all’Unione Indiana. A quel punto il Pakistan reagì inviando il proprio esercito e le tensioni presenti nella regione si trasformarono in guerra aperta. Il conflitto indo-pakistano terminò soltanto il primo gennaio del 1949, quando si raggiunse il cessate il fuoco grazie alla mediazione delle Nazioni Unite. La posizione in cui si trovavano gli eserciti indiano e pakistano in quel momento venne così cristallizzata: l’India aveva riconquistato una larga porzione del territorio conteso (“Jammu and Kashmir”), mentre il Pakistan ne controllava la parte rimanente (Aree del Nord). Il cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite prevedeva che gli eserciti di India e Pakistan si ritirassero dai territori contesi, in modo da consentire alla popolazione del Kashmir di determinare democraticamente il proprio futuro attraverso il referendum popolare. L’India, però, si rifiutò di ritirare il proprio esercito appellandosi all’atto di adesione concordato con il sovrano Hari Singh. Al rifiuto indiano seguì il rifiuto del Pakistan: il referendum popolare non ebbe così mai luogo.

Negli anni successivi il Kashmir continuò a essere una terra contesa, teatro di tensioni e conflitti.
Nel 1962 l’India, in seguito alla sconfitta subita nella guerra scoppiata con la Cina a causa della disputa sui confini himalayani, fu costretta a rinunciare a una porzione del territorio del Kashmir, l’Aksai Chin, che passò in mano cinese. Nell’agosto del 1965, in seguito all’emergere di tensioni nello stato indiano dello “Jammu e Kashmir” e alla decisione del Pakistan di intervenirvi militarmente, si scatenò quella che viene ricordata come la seconda guerra indo-pakistana.
Il conflitto vide la pesante sconfitta delle truppe pakistane e si concluse con un cessate il fuoco imposto dalle Nazioni Unite. Le trattative di pace del 1966 riportarono la situazione allo status quo precedente al conflitto. Negli anni seguenti la questione del Kashmir rientrò anche, seppure indirettamente, nell’ambito delle trattative di pace che seguirono il terzo conflitto indo-pakistano, esploso nel dicembre del 1971 intorno alla questione del Pakistan orientale, portando alla creazione del nuovo stato del Bangladesh. Nel trattato di pace che sanciva l’indipendenza del Bangladesh si faceva anche riferimento al Kashmir: in esso si affermava la natura bilaterale della questione e la linea di confine definita dal cessate il fuoco del 1949 veniva rinominata “linea di controllo” (Line of Control).
A partire dal 1987, nello stato indiano dello “Jammu e Kashmir”, si è assistito all’emergere di una nuova e violenta rivolta popolare tesa a contestare le ingerenze politiche e la scarsa democraticità del governo dell’Unione, rivolta che continua tuttora.
Infine, nel 1999 la regione del Kashmir fu teatro di una nuova crisi tra India e Pakistan, dovuta allo sconfinamento di alcuni soldati pakistani all’interno del distretto indiano del Kargil. L’esplosione di una nuova guerra fu evitata soltanto grazie alle pressioni diplomatiche americane che, temendo un’escalation nucleare del conflitto, non sostennero il Pakistan, ma imposero a quest’ultimo il rispetto della “linea di controllo”.
A tutt’oggi la questione del Kashmir non ha trovato una sistemazione definitiva e la disputa internazionale rimane aperta.

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:85YsAAub10EJ:www.iai.it/sites/default/files/indiaindie_04.pdf+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it

https://en.wikipedia.org/wiki/Kashmir_conflict

ULTIMI SVILUPPI
Da gennaio 2013 a luglio 2013, il Kashmir è stato interessato da una continua serie di scontri a fuoco, scioperi e manifestazioni violente che generalmente si consumano lungo la LOC (Linea di Controllo). Questa regione infatti è interessata dalla presenza di unità paramilitari che combattono per l’autonomia del Kashmir. Alcuni gruppi, ispirati da un Islam deviato e fanatico, sono appoggiati dal Pakistan. Altri, di ceppo induista, sono sostenuti dall’India. Un terzo nucleo infine rivendica la totale indipendenza da entrambi i governi. Fra tutti questi soggetti il nome che riscuote maggiore attenzione è quello di Lashkar-e-Toiba, il gruppo jihadista legato ad al-Qaeda e responsabile degli attentati di Mumbai nel novembre 2008. L’attacco, che provocò 175 morti e 308 feriti, fece da pretesto per una nuova rottura dei rapporti India-Pakistan. La prima accusò Islamabad di essere in qualche modo coinvolta nelle attività del gruppo terroristico. Il Pakistan smentì seccamente. Anzi, replicò sostenendo che le forze talebane afghane erano a loro volta supportate dall’India. Lo scambio di denunce tra i due governi resta ancora una pagina aperta.

Delhi sostiene che il “Jammu-Kashmir” sia l’epicentro delle attività terroristiche del fondamentalismo islamico, legato a elementi deviati dei servizi di intelligence di Islamabad, l’Isi. Le autorità pakistane a loro volta sono convinte che l’India fornisca di armi i guerriglieri della minoranza indù, anch’essi particolarmente agguerriti. L’area è quindi un crocevia di culture, civiltà e religioni. Nel corso dei secoli i popoli locali hanno saputo convivere in pace, così come sono stati capaci di scontrarsi ferocemente.

Nella generalità del problema quello che emerge è che l’indipendenza del Kashmir non converrebbe a nessuno. La Cina è sempre in prima linea a contrastare qualsiasi espressione di autodeterminazione di minoranze etniche e religiose. La posizione del Pakistan invece è ibrida. Al momento sta sfruttando le istanze autonomiste, con la chiara intenzione di creare ostacoli al governo di Delhi. L’India, infine, è il soggetto bollato come “il cattivo di turno”, in seguito alla sua scelta di contenere allo stesso tempo le istanze autonomiste della regione e le derive jihadiste che si annidano nella stessa.

http://www.centroeinaudi.it/agenda-liberale/articoli/3516-il-grande-gioco-kashmir,-un-conflitto-senza-fine.html

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