Diritti umani in Bangladesh

DIRITTI UMANI IN BANGLADESH

In Bangladesh la condizione della popolazione per quanto riguarda i diritti umani è estremamente critica. Nel 2012 il rapporto di Amnesty International affermava: “Non sono cessate le esecuzioni extragiudiziali nonostante l’impegno assunto dal governo di porvi fine. Il personale del battaglione d’intervento rapido, RAB, sospettato di aver commesso più di 54 uccisioni illegali durante l’anno, non è stato al centro di indagini indipendenti né è stato assicurato alla giustizia. Il governo non ha dato attuazione alla sua nuova linea politica per sostenere le donne vittime di violenza. Gli emendamenti alle norme che regolano il Tribunale del Bangladesh per i crimini internazionali hanno ridotto, ma non eliminato, il rischio di processi iniqui per persone accusate dei crimini di guerra del 1971. Il governo non ha fatto niente per garantire il diritto ai mezzi di sussistenza e alla terra delle popolazioni native degli altipiani di Chittagong. Sono state condannate alla pena capitale oltre 49 persone e almeno cinque uomini sono stati messi a morte.”

Nel Paese vige ancora la pena di morte e i condannati sono per la maggior parte sostenitori dell’opposizione (esiste inoltre un tribunale ad hoc per i crimini di guerra). Le donne bengalesi subiscono vessazioni e umiliazioni sia in ambito carcerario che in ambito domestico, tanto che la violenza sulle donne è classificato come il primo reato nel Paese per numero di denunce.

In Bangladesh persiste inoltre il grave problema della tortura nei confronti dei detenuti nelle carceri, da parte sia delle autorità giudiziarie che militari. Gli arresti delle persone accusate di presunti crimini contro il governo vengono effettuati dal Rapid Action Battalion, una sezione speciale anti-crimine e anti-terrorismo della polizia, creata nel 1979. In realtà si tratta di veri e propri sequestri di persona: delle persone prelevate dagli agenti del RAB infatti si perdono le tracce per periodi di tempo indefiniti. I detenuti sono torturati per giorni o per settimane, finché non confessano i crimini di cui sono accusati. Solamente dopo un’eventuale confessione la data dell’arresto viene comunicata e registrata (in una data posteriore) nelle centrali di polizia.

Amnesty International ha incontrato oltre 100 ex detenuti che avevano denunciato di essere stati torturati. Tra i metodi di tortura, quelli più frequenti sono le sospensioni al soffitto e le scariche elettriche sui genitali. In due casi la polizia ha sparato alle gambe dei detenuti, uno dei quali ha dovuto ricorrere all’amputazione dell’arto.

Nel marzo del 2015, alti funzionari di polizia si erano pubblicamente lamentati per le tutele che la legge prevede contro la tortura, chiedendo al governo di depenalizzare la tortura in tempo di guerra, minaccia di guerra, instabilità politica interna o emergenza pubblica o quando la tortura è ordinata da un superiore o da un’autorità pubblica.

SISTEMA GIUDIZIARIO

Il Bangladesh è una democrazia parlamentare, la cui costituzione è stata emendata diverse volte. i Principi fondamentali sucui si regge il Governo del Bangladesh, ossia Nazionalismo, Democrazia, Socialismo eLaicismo, garantendo, sulla carta, eguali diritti a tutti i cittadini. Il Bangladesh è una Democrazia parlamentare a suffragio universale: possono votare uomini e donne che al momento delle elezioni abbiano compiuto il diciottesimo anno d’età. Il potere legislativo è esercitato dal Parlamento Nazionale, il Jatiya Sangsad, unicamerale, che consta di trecento membri eletti tramite voto popolare, il cui mandato dura cinque anni. Il sistema giuridico del paese si fonda sulla common law inglese, anche se la religione islamica influisce molto nelle leggi che riguardano l’ordine pubblico e la moralità. Il sistema si divide in diverse Corti, per i reati civili, penali e finanziari, e trova la sua massima espressione nella Supreme Court, i cui membri sono indicati dal Presidente. Sono però le tradizioni e le consuetudini dei singoli villaggi e dei diversi gruppi religiosi ad avere valore di legge nel Bangladesh rurale, sopperendo alla debole presenza delle istituzioni.

La pena di morte in Bangladesh è prevista dalla Costituzione che all’art 32 stabilisce: “Nessuno può essere privato della vita ..salvo in casi previsti dalla legge”. Una gamma estremamente ampia di reati comporta attualmente la pena di morte in Bangladesh, tra cui reati non letali come contraffazione e contrabbando. Sono reati capitali: omicidio, sedizione, reati legati a possesso e traffico di droga, tradimento, spionaggio, reati militari.

Nel marzo del 1998 il Governo del Bangladesh ha approvato l’uso della pena di morte per crimini commessi contro donne e bambini, compresi traffico di esseri umani, violenza sessuale e omicidio. Il 13 marzo 2002 il Parlamento ha approvato una legge che prevede l’istituzione di tribunali speciali e processi per direttissima (da celebrare entro 90 giorni dalla denuncia) che possono condannare a morte per gli attacchi con acido e atti gravi di violenza contro donne e bambini, divenuti di anno in anno sempre più frequenti. È stata approvata anche un’altra legge per la restrizione di produzione, importazione, trasporto e vendita di acido nel paese.

Le esecuzioni vengono eseguite in carcere tramite impiccagione. Secondo l’ONG Odhikar, a volte altri prigionieri sono costretti a effettuare le esecuzioni dei loro compagni detenuti senza alcun fondamento giuridico nella legislazione nazionale. L’imposizione obbligatoria di condanne a morte per taluni reati priva la magistratura della discrezionalità di prendere in considerazione eventuali circostanze attenuanti. In base all’Articolo 49 della Costituzione, il Presidente ha il potere di concedere la grazia, sospendere e commutare qualsiasi pena o condanna emessa da un tribunale, giudice o altra autorità.

NOTIZIE “Nessuno Tocchi Caino”

Pena di morte per reati violenti

  • 31 marzo 2016: un tribunale di Bogra, in Bangladesh, ha condannato tre fratelli a morte e altre tre persone, tra cui due fratelli, all’ergastolo per aver ucciso un attivista della Bangladesh Chhatra League (BCL) nella città nel 2009.
  • 23 marzo 2016: un tribunale del Bangladesh ha emesso condanne a morte nei confronti di 12 imputati riconosciuti colpevoli di un omicidio duplice avvenuto nel 2007. Alcuni imputati avrebbero prelevato dal Maijdee Bazar con un minibus Firoz Kabir Miron, proprietario di un negozio di cellulari, suo fratello Shamsul ed un loro dipendente, Sumon Pal, il 1° febbraio 2007. Gli aggressori poi pugnalarono a morte Miron e Sumon, rubando 1,3 milioni di taka in contanti e alcuni cellulari.
  • 21 marzo 2016: un tribunale di Dhaka ha condannato due persone a morte per aver brutalmente ucciso un ragazzo di strada 13 anni fa. Sankar e Zakir avrebbero prelevato il ragazzo alla stazione ferroviaria di Kamlapur promettendogli dei vestiti nuovi. In realtà la vittima fu portata nella foresta di Bhawal a Gazipur dove fu uccisa, il 9 aprile 2005. “Hanno diviso il corpo in due parti. In seguito, furono fermati dalla polizia alla stazione ferroviaria di Kamalapur mentre tornavano a Dhaka con la testa della vittima in un sacco”, è scritto negli atti. Sankar avrebbe ucciso il ragazzo per estorcere 50.000 taka ad un sarto rivale, mostrandogli la testa di un cadavere per spaventarlo, tuttavia fu arrestato prima dalla polizia.
  • 9 marzo 2016: tredici persone sono state condannate all’impiccagione in Bangladesh in diversi casi di omicidio, ha riportato l’agenzia UNB. Il giudice Selim Miah del Tribunale n°2 per la Prevenzione e Repressione dei Crimini contro le Donne di Chittagong ha condannato sei imputati.
  • 8 marzo 2016: la Corte Suprema del Bangladesh ha confermato la condanna a morte di uno dei principali leader del partito Jamaat-e-Islami, Mir Quasem Ali, per crimini di guerra commessi durante la guerra del 1971 per l’indipendenza dal Pakistan, compresi omicidi e torture. Circa 3 milioni di persone furono uccise, secondo i dati ufficiali, e migliaia di donne violentate, durante la guerra di indipendenza, in cui alcune fazioni, tra cui il Jamaat-e-Islami, si opposero alla separazione da quello che veniva chiamato Pakistan Occidentale.
  • 16 febbraio 2016: un tribunale di Chittagong, in Bangladesh, ha condannato all’impiccagione un uomo riconosciuto colpevole degli omicidi di due suoi fratelli minori. Si tratta di Abul Kalam, del villaggio di Sultanpur, nel sottodistretto di Raozan, che il giudice Mohammad Rabiuzzaman ha anche condannato al pagamento di 50.000 taka di multa. Il condannato avrebbe ucciso le vittime – Abu Sufian e Abu Morshed – con un coltello il 22 luglio 2013, in seguito ad una lite sulle proprietà di famiglia. A denunciare il crimine alla polizia era stata Ismat Ara, moglie di una delle vittime, e Kalam era stato formalmente accusato dalla polizia nell’ottobre 2013. Davanti al giudice, Kalam avrebbe ammesso gli omicidi.
  • 7 gennaio 2016: tre persone condannate per gli omicidi di Kazi Aref Ahmed, presidente fondatore del partito Jatiya Samajtantrik Dal, e di altri quattro membri del partito, sono state impiccate nella prigione centrale di Jessore, ha riportato la UNB.
  • 6 gennaio 2016: la Corte Suprema del Bangladesh ha confermato la condanna a morte del leader del più grande partito islamista, per crimini commessi durante il conflitto del 1971 per l’indipendenza del Paese. In Bangladesh, tre dirigenti dello Jamaat e un leader del principale partito di opposizione sono stati giustiziati a partire dal dicembre 2013 per crimini di guerra, nonostante le critiche ai loro processi, celebrati da un controverso tribunale per crimini di guerra.

SITUAZIONE CARCERARIA

Le prigioni in Bangladesh sono regolate da leggi risalenti al XIX secolo. In pratica molte persone, in particolar modo i poveri, rimangono intrappolate nel sistema penale, dove affrontano svariate violazioni dei diritti umani. Masse di prigionieri vengono abbandonate nelle celle aspettando il processo e trascorrendo molti anni in prigione senza supporto legale.

Il dato più recente sul totale dei prigionieri detenuti in Bangladesh si avvicinava a 70.000 persone, un numero 3 volte superiore alla capacità massima delle carceri del paese. Spesso i detenuti nelle prigioni di Dhaka e le altre maggiori città vengono spostati in altre carceri per svuotare le celle più affollate. Ciò però provoca delle ripercussioni sul sistema giudiziario, poiché i carcerati hanno l’obbligo di presentarsi di fronte alla corte nella città dove sono stati condannati.

La corruzione all’interno del sistema carcerario è dilagante, i detenuti sono regolarmente maltrattati, e chi lavora nelle prigioni non ha scrupoli nell’uso della violenza. Non vi è rispetto reciproco sia tra prigionieri che tra il personale, inoltre non esiste nessun corso di addestramento per le guardie. I detenuti spesso corrompono le guardie per avere più razioni di cibo e sono abitualmente ammanettati a delle sbarre.

Le persone che sono in attesa di giudizio stanno spesso rinchiuse per anni in celle affollate assieme a persone già condannate. A causa del sovraffollamento i detenuti spesso diventano vittime di violenza anche tra compagni di cella, non solamente a causa delle torture del personale delle carceri.

La situazione nelle prigioni è critica perché sono posti sudici dove spesso i detenuti si ammalano di tubercolosi ed altre malattie contagiose che, ovviamente, non possono essere curate propriamente a causa della mancanza di mezzi all’interno delle carceri.

A causa del sovraffollamento, i prigionieri dormono a turno e non hanno accesso ai servizi igienici. Tutti i detenuti hanno diritto alle cure mediche e all’accesso all’acqua, ma spesso non sono disponibili e l’acqua, come nel resto del paese, è spesso non potabile. I carcerati inoltre vengono spesso “stipati” in aree soggette ad alte temperature con scarsa ventilazione.

Adulti e ragazzi vengono imprigionati nelle stesse celle e, anche se la legge lo vieta, a volte i bambini crescono in carcere assieme alle madri.

FONTI:

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