In Mali la situazione è tuttora instabile: il tribunale di Venezia concede la protezione sussidiaria (17/02/2016)

Tribunale Ordinario di Venezia, Terza Sezione Civile, ordinanza del 17 febbraio 2016 del dott. Enrico Schiavon – Caso Mali.

Con l’ordinanza richiamata si è concluso il procedimento ex art. 35 D.lgv 25/2008, attivato da un cittadino maliano al quale la Commissione Territoriale per la Protezione Internazionale competente aveva rigettato in toto la domanda di protezione de qua.

Questi ha dovuto lasciare il proprio Paese d’origine e, in particolare, da una regione del sud del Mali, perché bandito dalla propria famiglia per essersi rifiutato di partecipare a riti tribali, i quali prevedevano sacrifici animali e successivamente, spostatosi in Libia, per essersi trovato a vivere l’instabilità socio politica dello Stato Nord Africano e la sua violenza.

Nel pronunciare provvedimento di diniego della protezione internazionale, la Commissione Territoriale ha richiamato impropriamente l’art. 8 della Direttiva 2004/83/CE, a sua volta confermato dall’art. 8 della Direttiva 2011/95/UE del 13/12/2011.

Secondo tale norma, la zona geografica di provenienza del richiedente, di cui solo una parte è interessata da violenza indiscriminata, vale come criterio di valutazione del rischio da parte dello Stato, chiamato a pronunciarsi sulla domanda di protezione. Si presume, cioè, che qualora il richiedente facesse ritorno nello stato di appartenenza, potrebbe stabilirsi in una zona diversa da quella in cui incorrerebbe in danni gravi.

Nell’ordinanza in oggetto, il Giudice di Prime Cure ha argomentato e motivato nel senso di escludere l’applicazione di tale norma, in quanto non recepita nel nostro ordinamento, potendo, pertanto, l’Autorità decidere di considerare la condizione di stabilità generale del Paese di provenienza del richiedente, non essendo questi obbligato, nel caso di rimpatrio, a tornare nel Paese d’origine e a stanziarsi in una zona diversa da quella colpita da particolare instabilità e violenza generalizzata. Tanto più, come nel caso in esame, che il richiedente aveva, di fatto, provato a trasferirsi in uno Stato limitrofo, la Libia, per poi dover fuggire in ragione delle violente aggressioni a carico dei cittadini stranieri. Al richiedente è stata concessa la protezione sussidiaria. Di seguito il principio espresso:

<<Siccome, (…), quella disposizione non è entrata nel nostro ordinamento, il criterio in esame non è applicabile (nel senso che non è possibile applicarlo) o, in ogni caso, è possibile non applicarlo per valutare la sussistenza del requisito dell’individualità della minaccia grave alla vita o alla persona, e, dunque, dalla circostanza che il ricorrente proviene dal sud del Mali non si può ragionevolmente inferire che egli in caso di rimpatrio vi si stabilisca, non essendo questo processo di inferenza logica ­ in base al quale è ragionevole attendere dal richiedente che in caso di rimpatrio si stabilisca nella parte del paese da cui proviene, in cui non corre rischi effettivi di subire danni gravi ­ utilizzabile, fintantoché non venga espressamente recepito nel nostro ordinamento>>.

(redattrice della massima dott.ssa Rosa Scapino; caso a cura dell’avv.ta Chiara Pernechele; con la collaborazione del dott. Davide Buggio)

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