In Gambia l’omosessualità viene perseguita: il Tribunale di Venezia concede l’asilo a un cittadino gambiano (16/06/16)

Tribunale Ordinario di Venezia, Terza Sezione Civile, ordinanza del 16 Giugno 2016 della dott.ssa Gabriella Favero – Caso Gambia.

Nel caso del cittadino del Gambia che presenta in Italia la richiesta di Asilo in quanto perseguitato nel proprio Paese in ragione del proprio orientamento omosessuale, la cui credibilità viene negata dalla competente Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale (Verona/Sezione di Padova), il Giudice di prime cure (Tribunale di Venezia) riconosce totalmente lo status di rifugiato in conseguenza dell’integrale riesame (ex Cass. n. 6480 del 24.03.2011) della domanda da cui risulta credibile la propria sofferta vicenda umana. Ciò che agli occhi del Giudice di prime cure rende credibile la vicenda, è la narrazione del soggetto assai circostanziata, priva di contraddizioni, e la fattiva collaborazione del ragazzo da subito disposto a sottoporsi ad un percorso di tipo psicologico da cui emergeva determinate difficoltà legale al suo essereomosessuale. Importante per il Giudice di prime cure il contributo fornito dall’Arcigay, a cui il ragazzo si rivolgeva, che sapeva metterlo a proprio agio favorendo lo scioglimento del blocco emotivo/psicologico e il racconto relativamente fluido della propria storia. Dirimente, ai fini del totale accoglimento della richiesta di Asilo, la persecuzione verso gli omosessuali da parte dello Stato del Gambia, che punisce severamente non solo gli omosessuali conclamati ma anche coloro che sono “percepiti” come omosessuali. In relazione a ciò il Giudice di prime cure fa propria la posizione della Corte di Cassazione n. 15981/2012 per la quale la qualificazione come reato dell’omosessualità costituisce “una grave ingerenza nella vita (…) che compromette grandemente la loro libertà personale e li pone in una situazione di oggettiva persecuzione, tale da giustificare la concessione della protezione richiesta; devono pertanto essere acquisite le prove (…) della omosessualità (…) la condizione dei cittadini omosessuali (…) e lo stato della relativa legislazione (…)”. Il Giudice di prime cure conclude, dunque, affermando come “la criminalizzazione (…) incarna in sé una forma di persecuzione, da intendersi come una lotta sul piano giuridico contro una minoranza (…)” e riprendendo la direttiva n. 95/2011/UE ai punti 29 e 30 in cui si afferma come sia “necessario introdurre una definizione comune del motivo di persecuzione costituito dall’appartenenza a un determinato gruppo sociale” termina asserendo come “l’identità di genere e l’orientamento sessuale possono individuare un certo gruppo sociale, il che ulteriormente conferma la riconducibilità della fattispecie concreta alla previsione normativa relativa alla qualifica dello status di rifugiato (…)”.

(redattore della massima dott. Davide Buggio; caso a cura dell’avv.ta Chiara Pernechele)

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