Status di rifugiato per motivi religiosi ad un cittadino ghanese

TRIBUNALE DI VENEZIA – Prima Sezione Civile. Ordinanza del 11 gennaio 2017 del dott. Luca Boccuni. Caso Ghana.

La vicenda oggetto della suddetta ordinanza è quella di un uomo ghanese di etnia Ashanti. Costui ha ritenuto di abbracciare la religione cattolica, come la madre, mentre suo padre era il sacerdote-capo del villaggio, di religione animista. Alla morte del padre, come primogenito, avrebbe dovuto prendere il suo posto; di conseguenza, gli anziani della famiglia esercitano pesanti pressioni affinché egli non interrompa la tradizione. La polizia, sia per carenza di organico sia per vero e proprio disinteresse, non è mai intervenuta, nonostante il ricorrente si fosse rivolto agli agenti per sporgere denuncia.

La decisione in esame offre un valido esempio di come l’Autorità giudiziaria possa giungere ad una decisione di senso contrario a quello espresso dalla Commissione Territoriale, disponendo di tempi e mezzi istruttori molto ampi. Non potendo avvalersi di strumenti probatori “classici”, la risoluzione non può che partire dalla valutazione dell’attendibilità del ricorrente e dalla verosimiglianza dei fatti narrati, in considerazione del contesto sociale, politico e giuridico da cui proviene il richiedente. Egli ha circostanziato la domanda, narrando in maniera chiara e precisa la vicenda; ha prodotto documentazione attestante il suo forte coinvolgimento nella comunità cattolica; ricerche, che illustrano la struttura matriarcale rispettata dagli Ashanti e la pacifica convivenza in Ghana tra culti diversi per spiegare la tolleranza paterna verso la religione del figlio. In senso normativo, la persecuzione è stata posta in essere per motivi religiosi, da parte di soggetti non statuali per mezzo di atti di violenza psichica (art. 2 c.1 lett. e) – 5 c.1 – 7 c.2 lett. a) d.lgs 251/2007). In questa sede, si vuole dare rilievo al ruolo dell’autorità pubblica nella vicenda: affinché sussista il requisito soggettivo ex art. 5 c. 1 lett. c) d.lgs. 251/2007 (soggetti responsabili della persecuzione non statuali), “è essenziale che i soggetti non statuali agiscano indisturbati, perché lo stato (o altri soggetti qualificati) non possono o non vogliono fornire protezione. Nella prima ipotesi, trattasi del cd. Stato fallito, cioè di quello Stato che non è in grado di tutelare l’ordine pubblico interno (sovranità interna). Nella seconda ipotesi, si tratta di connivenza; più precisamente, gli organi dello Stato, pur non partecipando attivamente alla persecuzione, essendo a conoscenza di tali comportamenti non agiscono”. Nel caso di specie, il fatto è stato qualificato in termini di disinteresse da parte dell’autorità di polizia: non solo l’agente si è rifiutato di ricevere la denuncia senza la presenza del superiore, ma neppure successivamente si è attivato per informarsi della situazione. Dunque, riconosciuto che il ricorrente è stato sottoposto ad atti di persecuzione per motivi di religione da soggetti non statuali, nonostante l’invocato aiuto alle autorità di polizia, al ricorrente è stata riconosciuto lo status di “rifugiato”.

(redattrice della massima dott.ssa Rosa Scarpino; caso a cura dell’avv.ta Chiara Pernechele)

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